Quando parliamo di esclusione digitale pensiamo subito agli anziani.
Pensiamo alle persone con disabilità.
Pensiamo a chi non sa usare la tecnologia.
Raramente pensiamo ai bambini.
Eppure una delle storie più significative che ho incontrato riguarda proprio un bambino di cinque anni.
Tommaso.
E suo padre.
Dopo una separazione, tra loro c’erano soltanto pochi chilometri.
Ma la distanza da un figlio non si misura in chilometri.
Si misura in compleanni mancati.
In racconti della buonanotte non raccontati.
In disegni che non hai visto nascere.
In momenti che non torneranno più.
Molti dicevano al padre:
“Almeno oggi ci sono le videochiamate.”
Come se uno schermo potesse sostituire una presenza.
Come se vedere fosse la stessa cosa che vivere.
La verità era un’altra.
Tommaso non riusciva ancora a chiamare il suo papà da solo.
Sapeva aprire giochi.
Guardare cartoni.
Scattare fotografie.
Usare un tablet meglio di molti adulti.
Ma non riusciva a fare la cosa che desiderava di più:
contattare il proprio padre quando ne sentiva il bisogno.
Un giorno arrivò un messaggio vocale:
“Papà… volevo chiamarti… ma non ci sono riuscito.”
Poche parole.
Ma dentro c’era tutto.
In quel momento ho capito una cosa.
La tecnologia aveva costruito un ponte.
Ma non era attraversabile da chi ne aveva più bisogno.
Qualche tempo dopo, durante una videochiamata, Tommaso fece una domanda:
“Papà, perché quando voglio vederti devo chiedere sempre ai grandi?”
Una domanda semplice.
Eppure profondissima.
Perché non parlava di telefoni.
Non parlava di app.
Non parlava di Internet.
Parlava di libertà.
Sappiamo collegare continenti.
Sappiamo trasmettere video in alta definizione.
Sappiamo elaborare miliardi di informazioni ogni secondo.
Ma non abbiamo ancora progettato strumenti davvero pensati per permettere a un bambino piccolo di mantenere autonomamente una relazione affettiva fondamentale.
Forse il progresso non dovrebbe essere misurato soltanto dalla velocità delle connessioni.
Forse dovrebbe essere misurato dalla capacità di mantenere vive le connessioni umane.
Quelle vere.
Quelle che nessuna rete potrà mai sostituire.
E tu cosa ne pensi?
La tecnologia sta rafforzando le relazioni umane o stiamo dimenticando di progettare pensando alle persone che ne hanno più bisogno?
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